Spreco alimentare, cresce la consapevolezza ma oltre la metà degli italiani continua a buttare cibo

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L’83% considera scorretto gettare alimenti ancora commestibili e l’80% riconosce le conseguenze ambientali dello spreco. Eppure, le abitudini quotidiane raccontano una realtà diversa. Dall’indagine Altroconsumo emerge anche la richiesta di etichette più chiare e maggiori informazioni sulla sostenibilità.

La consapevolezza c’è, ma trasformarla in comportamenti concreti è ancora una sfida. Gli italiani riconoscono le conseguenze economiche, ambientali ed etiche dello spreco alimentare, eppure nelle case continua a finire nella spazzatura una quantità significativa di cibo. Tra acquisti poco pianificati, avanzi non consumati e informazioni poco chiare sulle confezioni, il divario tra ciò che si pensa e ciò che si fa resta evidente.

A fotografare questa situazione è un’indagine condotta da Altroconsumo insieme alle organizzazioni appartenenti a Euroconsumers, tra il 31 agosto e il 4 settembre 2026. La ricerca ha coinvolto oltre 4.000 cittadini in Belgio, Italia, Portogallo e Spagna, con più di 1.000 rispondenti italiani.

I risultati sono stati presentati durante il convegno “Donazione delle eccedenze”, promosso da Fondazione Valore e Fondazione Terzjus in collaborazione con Intesa Sanpaolo. L’incontro ha riunito rappresentanti della grande distribuzione, della logistica, dell’industria alimentare e del Terzo settore per discutere il ruolo delle imprese nella lotta allo spreco e nella promozione della cultura del dono.

Spreco alimentare: tra consapevolezza e comportamenti quotidiani

I numeri mostrano una sensibilità diffusa. L’83% degli intervistati considera scorretto e poco etico gettare alimenti ancora commestibili, mentre il 79% riconosce l’importanza della lotta allo spreco anche per ragioni economiche e di risparmio.

Tuttavia, questa attenzione non basta a modificare le abitudini. In Italia, più della metà del campione dichiara di buttare abitualmente almeno un po’ di cibo nella propria abitazione. Una persona su dieci ammette di sprecarne abbastanza o molto.

Il fenomeno appare particolarmente evidente tra i più giovani. Nella fascia compresa tra i 18 e i 34 anni, infatti, una persona su cinque dichiara di gettare via ogni settimana quantità significative di alimenti. La percentuale diminuisce sensibilmente tra gli intervistati di età compresa tra 55 e 74 anni.

Una delle spiegazioni riguarda il modo in cui si organizzano gli acquisti. I consumatori più giovani tendono a pianificare meno la spesa, aumentando così il rischio di acquistare prodotti che non riusciranno a consumare prima del deterioramento.

Pianificare la spesa per buttare meno cibo

Tra le principali cause dello spreco domestico figurano la preparazione di porzioni eccessive, la difficoltà nel recuperare gli avanzi e l’acquisto di più alimenti rispetto alle reali necessità.

La ricerca evidenzia una relazione significativa tra organizzazione degli acquisti e quantità di cibo sprecato: chi pianifica la spesa ha una probabilità inferiore del 40% di buttare alimenti. Al contrario, gli acquisti impulsivi possono favorire accumuli di prodotti destinati a rimanere inutilizzati.

La prevenzione passa quindi anche da gesti semplici: preparare una lista della spesa, programmare i pasti, controllare ciò che è già presente in frigorifero e dispensa, conservare correttamente gli alimenti e trovare nuovi modi per utilizzare gli avanzi.

Sono comportamenti quotidiani che possono produrre benefici sia per l’ambiente sia per il bilancio familiare.

La doggy bag resta un’abitudine da consolidare

Lo spreco non si limita alle mura domestiche. Anche quando si mangia fuori casa, il recupero degli alimenti rappresenta una questione ancora aperta.

Secondo l’indagine, una persona su due dichiara di lasciare talvolta al ristorante una quantità significativa di cibo a fine pasto. Tra queste persone, il 66% chiede almeno qualche volta di portare a casa gli avanzi.

Resta però una barriera culturale: tra chi non utilizza questa possibilità, una delle motivazioni principali è l’imbarazzo nel chiedere la cosiddetta doggy bag.

Rendere normale questa pratica, anche attraverso una maggiore disponibilità da parte degli esercizi di ristorazione, potrebbe contribuire a ridurre ulteriormente le quantità di cibo che vengono sprecate.

Etichette alimentari: solo il 15% conosce davvero le differenze tra le date

Un altro elemento centrale nella prevenzione dello spreco riguarda le informazioni riportate sulle confezioni. La distinzione tra le diciture “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro” è infatti fondamentale, ma non sempre viene compresa correttamente.

Sebbene molti consumatori ritengano di conoscere la differenza, soltanto il 15% degli intervistati ha risposto correttamente a tutte le domande di verifica proposte dalla ricerca.

Le due indicazioni non sono equivalenti. “Da consumarsi entro” riguarda la sicurezza alimentare e identifica una data che non deve essere superata. “Da consumarsi preferibilmente entro”, invece, indica il termine entro il quale il prodotto, se conservato correttamente, mantiene le proprie caratteristiche qualitative ottimali.

Una maggiore comprensione di queste informazioni può evitare che alimenti ancora consumabili vengano gettati prematuramente.

La richiesta di chiarezza arriva direttamente dai cittadini: il 70% vorrebbe spiegazioni più comprensibili da parte dei produttori sul significato della dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”, mentre il 65% chiede indicazioni più efficaci per capire se un alimento possa essere ancora consumato.

Sostenibilità alimentare: il prezzo continua a orientare gli acquisti

La sensibilità ambientale è un altro aspetto significativo emerso dalla ricerca. L’80% degli intervistati riconosce l’impatto negativo dello spreco alimentare sull’ambiente e un terzo dichiara di prestare molta attenzione alla sostenibilità quando acquista prodotti alimentari.

Questa consapevolezza, però, deve confrontarsi con le esigenze concrete delle famiglie. Prezzo, gusto e promozioni continuano a rappresentare criteri determinanti nelle decisioni d’acquisto, mentre la sostenibilità rimane spesso in secondo piano.

Un dato interessante riguarda i prodotti prossimi alla scadenza: il 67% degli intervistati dichiara che li acquisterebbe se fossero proposti con uno sconto del 33%.

Il risultato evidenzia il potenziale delle politiche commerciali nella prevenzione dello spreco. Offerte mirate e riduzioni di prezzo sui prodotti vicini alla scadenza possono infatti favorire il consumo degli alimenti prima che diventino inutilizzabili.

I consumatori chiedono anche maggiore trasparenza: il 65% è favorevole all’introduzione di informazioni obbligatorie sulla sostenibilità in etichetta e a incentivi per gli agricoltori che scelgono metodi di produzione sostenibili.

Legge Gadda, in dieci anni recuperate 3,7 milioni di tonnellate di cibo

Il tema della prevenzione si inserisce in un percorso avviato anche sul piano normativo. A dieci anni dall’introduzione della Legge Gadda, la legge 166/2016 che disciplina il recupero e la donazione delle eccedenze alimentari per finalità di solidarietà sociale, i risultati raggiunti sono significativi.

Nel periodo considerato sono state recuperate 3,7 milioni di tonnellate di cibo, per un controvalore economico di 10,3 miliardi di euro. Un risultato importante, che testimonia i progressi compiuti nella gestione delle eccedenze, ma che non elimina la necessità di intervenire prima che gli alimenti diventino surplus.

Come sottolinea Federico Cavallo, Responsabile Relazioni Esterne di Altroconsumo, la sfida dei prossimi anni dovrà concentrarsi proprio sulla prevenzione.

A suo giudizio, non è sufficiente recuperare il cibo che avanza: occorre fare in modo che ne avanzi meno. La riduzione dello spreco assume un valore ancora più importante in una fase in cui la spesa alimentare pesa sempre di più sui bilanci familiari.

Per questo servono etichette comprensibili, formati e promozioni che non incentivino acquisti eccessivi e sconti effettivi sui prodotti prossimi alla scadenza. La responsabilità, inoltre, non può ricadere esclusivamente sui consumatori: produttori, distribuzione e ristorazione hanno strumenti concreti per rendere più semplice evitare gli sprechi.

La ricerca di Altroconsumo restituisce dunque un quadro fatto di progressi e contraddizioni. Gli italiani riconoscono il problema e ne comprendono le conseguenze, ma hanno ancora bisogno di informazioni, strumenti e condizioni favorevoli per cambiare le proprie abitudini.

Perché ridurre lo spreco alimentare non significa soltanto buttare meno cibo: vuol dire utilizzare meglio le risorse, proteggere l’ambiente e tutelare il potere d’acquisto delle famiglie.

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