COP31 Slow Food Italia lancia un appello ai governi: «Investire nell’agroecologia per affrontare la crisi climatica»

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Dal 9 al 20 novembre la conferenza mondiale sul clima in Turchia. Per Slow Food il sistema alimentare deve diventare una priorità delle politiche climatiche: servono filiere locali, tutela della biodiversità e un sostegno concreto agli agricoltori.

La crisi climatica non si misura soltanto attraverso l’aumento delle temperature e la frequenza degli eventi meteorologici estremi. I suoi effetti arrivano direttamente sulle tavole dei consumatori, incidendo sui raccolti, sui prezzi dei prodotti alimentari e sulla possibilità per milioni di persone di accedere a un cibo sano e di qualità. È partendo da questa consapevolezza che Slow Food Italia, in vista della COP31, invita governi e decisori politici a compiere una scelta concreta: mettere l’agroecologia e la trasformazione dei sistemi alimentari al centro delle strategie climatiche.

La 31esima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si svolgerà in Turchia dal 9 al 20 novembre. Un appuntamento internazionale che, secondo l’associazione, rappresenta un’occasione importante per superare le dichiarazioni di principio e sostenere una transizione capace di proteggere contemporaneamente ambiente, agricoltura e comunità.

Crisi climatica e rincari: un sistema alimentare sempre più fragile

Siccità, alluvioni ed eventi meteorologici estremi compromettono la produzione agricola e rendono sempre più instabili i mercati. A questi fattori si aggiungono guerre, tensioni geopolitiche e shock energetici, che contribuiscono ad alimentare l’aumento dei prezzi e a mettere in difficoltà famiglie e produttori.

Per Slow Food, quanto sta accadendo evidenzia le debolezze di un modello alimentare fondato su una ridotta biodiversità agricola, sull’impiego massiccio di prodotti chimici e su filiere lunghe, concentrate nelle mani di pochi grandi operatori.

Un sistema che fatica a reagire alle crisi e che, in alcuni casi, permette a pochi soggetti di aumentare i propri profitti mentre agricoltori e consumatori affrontano le conseguenze economiche delle emergenze.

L’esempio dei fertilizzanti è emblematico. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i loro prezzi sono aumentati sensibilmente e, secondo i dati richiamati da Slow Food, le nove principali aziende del settore hanno triplicato i profitti rispetto al periodo precedente alla pandemia. Nello stesso arco temporale, 65 milioni di persone hanno sperimentato carestie e insicurezza alimentare.

È quindi necessario ripensare il modo in cui il cibo viene prodotto, distribuito e commercializzato. La sicurezza alimentare, sottolinea l’associazione, non può dipendere esclusivamente dalla quantità di prodotti disponibili, ma deve considerare anche l’equità delle filiere e la distribuzione del valore lungo tutta la catena.

La risposta di Slow Food: l’agroecologia dalla produzione alla distribuzione

Secondo Slow Food, una delle strade più efficaci per rendere i sistemi alimentari resilienti è l’agroecologia. Non si tratta semplicemente di introdurre tecniche agricole più sostenibili, ma di adottare una visione complessiva che coinvolga produzione, distribuzione, commercializzazione e accesso al cibo.

Ridurre la dipendenza dagli input chimici esterni, tutelare la biodiversità, rafforzare le filiere locali e avvicinare produttori e consumatori sono alcuni degli elementi fondamentali di questo modello.

Le esperienze di numerose comunità contadine dimostrano già come sistemi agricoli diversificati e radicati nei territori possano reagire meglio agli eventi climatici avversi, recuperando più rapidamente e sviluppando risposte innovative.

«Non serve inventare nuove soluzioni: serve la volontà politica di sostenere e ampliare quelle che già funzionano sul campo», afferma Edward Mukiibi, presidente di Slow Food.

Mukiibi evidenzia come il cambiamento climatico abbia conseguenze che vanno ben oltre i terreni agricoli: quando siccità e alluvioni distruggono i raccolti, gli effetti raggiungono i mercati locali, fanno aumentare i prezzi e colpiscono soprattutto le famiglie con minori possibilità economiche.

Per questo, secondo il presidente di Slow Food, la crisi dei prezzi alimentari rappresenta anche il risultato di politiche climatiche e sociali insufficienti, incapaci di sostenere adeguatamente le comunità che già sperimentano soluzioni più resilienti.

Barbara Nappini: «Le comunità locali sono più resilienti»

Anche Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, richiama l’attenzione sulla necessità di affrontare la crisi climatica andando oltre la gestione delle singole emergenze.

Aggiornare le infrastrutture e predisporre piani adeguati ai rischi meteorologici è indispensabile, ma non basta. Occorre interrogarsi sulle cause che rendono fragili i territori e sulle strategie necessarie per proteggere le comunità dall’insicurezza alimentare.

«Una comunità che governa dal basso un sistema locale del cibo è strutturalmente più resiliente alla crisi climatica e più stabile contro l’insicurezza alimentare», sottolinea Nappini.

I sistemi agroecologici, secondo la presidente, hanno dimostrato di poter reagire con maggiore energia e rapidità agli eventi climatici avversi, grazie a una relazione più stretta tra territorio, produzione e comunità.

Da qui l’appello rivolto ai decisori politici: non limitarsi a intervenire quando il danno si è già verificato, ma cambiare direzione e investire in un modello alimentare capace di tutelare il futuro delle nuove generazioni.

COP31, il cibo deve entrare al centro delle politiche climatiche

L’appello di Slow Food alla COP31 riguarda dunque una trasformazione che non può essere limitata ai metodi di coltivazione. La transizione agroecologica deve coinvolgere anche il funzionamento dei mercati e delle reti di distribuzione, favorendo circuiti locali, rapporti più equi tra produttori e consumatori e una maggiore partecipazione delle comunità alle decisioni sul proprio sistema alimentare.

Garantire la sicurezza alimentare non significa semplicemente produrre di più. Significa assicurare a tutti la possibilità di acquistare cibo di qualità, riconoscere un compenso dignitoso a chi lavora la terra e costruire filiere capaci di resistere agli shock climatici ed economici.

La biodiversità, le tradizioni gastronomiche e i diritti degli agricoltori diventano così elementi centrali di una strategia più ampia, nella quale la tutela dell’ambiente si intreccia con la giustizia sociale.

Per Slow Food, la COP31 dovrà essere un’occasione per trasformare questi principi in impegni concreti. La richiesta ai governi è chiara: riconoscere il ruolo strategico del cibo nella lotta al cambiamento climatico e sostenere le comunità che stanno già costruendo alternative al modello dominante. Perché la resilienza dei territori passa anche da ciò che arriva sulle nostre tavole e da come viene prodotto.

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