Sècena del Matese: il nuovo Presidio Slow Food che valorizza la segale antica tra Campania e Molise

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La sècena del Matese è il nuovo Presidio Slow Food dedicato a un’antica varietà di segale coltivata tra le montagne del Matese, nell’area compresa tra Campania (province di Benevento e Caserta) e Molise (Campobasso e Isernia). Un prodotto identitario che torna protagonista grazie a un progetto di recupero agricolo, culturale e gastronomico, in sinergia con agricoltori, trasformatori e realtà locali.


Cos’è la sècena del Matese: una segale storica da salvare

La sècena è una varietà di segale rustica e resistente, introdotta probabilmente durante le invasioni longobarde. Per secoli ha rappresentato una risorsa alimentare fondamentale per le popolazioni montane, grazie alla sua capacità di adattarsi anche alle alte quote (tra 900 e 1000 metri), dove il grano non riesce a svilupparsi.

Come spiega Costantino Leuci, referente del Presidio Slow Food della sècena del Matese, “dopo il secondo dopoguerra la segale è stata progressivamente abbandonata a favore di farine più raffinate e considerate nobili. La sècena è rimasta in coltivazione solo per l’alimentazione animale, e molti terreni sono stati convertiti o lasciati incolti”.


Il rilancio della sècena: dal campo alla tavola

Oggi la sècena del Matese vive una seconda vita, grazie all’impegno delle amministrazioni di Castello del Matese e Letino, e alla collaborazione con l’Università di Napoli Federico II. In pochi anni, il progetto ha coinvolto nove aziende agricole e ha permesso di espandere la superficie seminata.

Tra i protagonisti della rinascita, pizzaioli, panificatori, pastifici artigianali e birrai, interessati a utilizzare la farina di segale 100% locale per creare prodotti che valorizzino il territorio: dal pane nero ai formaggi affinati nella crusca, dalla pasta secca agli gnocchetti rustici.


Coltivare la segale nel Parco Nazionale del Matese

La sècena è coltivata all’interno del Parco Nazionale del Matese, istituito ufficialmente nell’aprile 2024. Un’area ad altissima biodiversità che ospita aquile reali, faggete, querce e prati stabili. Non è un caso che un altopiano della zona porti proprio il nome “Sècena”, termine che nel dialetto locale significa “segale”.

La semina avviene tra fine settembre e novembre, mentre la raccolta si effettua tra fine giugno e inizio agosto, a seconda dell’altitudine.


I protagonisti del rilancio: agricoltori custodi e trasformatori locali

Tra i nuovi coltivatori della sècena c’è Patrizia Coluccio, che ha sperimentato con successo la produzione di pasta secca a base di farina di segale. “Chi l’ha assaggiata è tornato a chiederla – racconta – e ora stiamo pensando anche a pane e prodotti da forno”.

Un altro agricoltore, Roberto Navarra, coltiva segale a oltre 1000 metri e testimonia un forte interesse da parte di forni e pizzerie artigianali: “La domanda supera la nostra capacità produttiva. Dobbiamo trattenere parte del raccolto per la semina futura, quindi crescere è un processo lento ma necessario”.

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