Diverse ricerche scientifiche segnalano che siamo costretti ad ingerire quantità crescenti di microplastiche

Siamo sempre più circondati dalla plastica e, purtroppo, senza rendercene conto ogni giorno ne ingeriamo delle quantità che, alla lunga, potrebbero essere dannose per la salute. Questo è quanto si evince da un articolo del Washington Post, dal quale si apprende che ormai questo materiale è diventato una presenza costante (e poco salutare) nella nostra vita: si trova nei contenitori, nei giocattoli, persino nella polvere, nei dispositivi elettronici e ovviamente negli oggetti monouso. Ma l’aspetto più inquietante riguarda l’aumento delle microplastiche nei prodotti alimentari.

Infatti il quotidiano statunitense ha riportato che ogni giorno gli esseri umani ingeriscono minuscole particelle di plastica non solo quando mangiano determinati alimenti, ma persino quando bevono dell’acqua. Si tratta dei preoccupanti risultati emersi da alcune ricerche che, siccome, non sono state ancora completate, al momento non possono ancora quantificare il materiale che viene assorbito dall’organismo umano nel quotidiano.

Microplastiche nel cibo: l’allarme degli scienziati.

Nonostante ciò, gli studiosi (tra cui Jodi Flaws, docente di bioscienze comparate e direttore dell’Interdisciplinary Environmental Toxicology Program dell’Università dell’Illinois) ritengono che, alla lunga, l’esposizione e l’ingestione di microplastiche possono comportare dei problemi di salute che riguarderebbero innanzitutto gli organi riproduttivi (riduzione di fertilità in uomini e donne), ritardo nel processo di sviluppo dei bambini, ma anche obesità, perdita dell’udito e la pericolosa insorgenza di tumori.

La diffusione delle microplastiche nell’ambiente

Inevitabile chiedersi come sia possibile che delle microparticelle che non hanno nulla in comune con l’alimentazione siano finite sia nel cibo che nell’acqua. Per fare chiarezza su questo punto, è necessario partire da un dato per niente trascurabile: a partire dagli anni ’50, gli esseri umani hanno prodotto ben 8 miliardi di tonnellate di plastica, e soltanto il 10% di queste sono state opportunamente riciclate.

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Di conseguenza, col tempo il materiale è andato a scomporsi in un copioso numero di particelle che sono andate a finire nei corsi d’acqua come laghi, fiumi oppure oceani, arrivando a contaminare anche i prodotti alimentari e ovviamente l’acqua. Inoltre non si deve dimenticare che al giorno d’oggi quasi tutte le confezioni che contengono del cibo sono realizzate in plastica, dunque anche in questo caso si hanno delle minuscole sezioni che si distaccano, finendo nei pasti quotidiani. L’invasione di questi oggetti riguarda anche l’aria, infatti gli scienziati ritengono che respiriamo annualmente almeno decine di migliaia di microscopici frammenti o di fibre di plastica.

Com’è avvenuta la diffusione delle microplastiche.

Uno studio scientifico americano pubblicato nel mese di giugno ha messo in evidenza come, ogni anno, i cittadini statunitensi siano costretti ad ingerire involontariamente addirittura 74.000 particelle di microplastiche. Invece un’altra ricerca effettuata dall’Università australiana di Newcastle e commissionata dal World Wildlife Fund ha riportato che settimanalmente vengono consumati circa 5 grammi di plastica, equivalenti al peso di una carta di credito. Quest’analisi è ancora in corso d’opera, dunque non si esclude che prossimamente possano arrivare ulteriori aggiornamenti.

6 cose da fare per provare a ridurre l’ingestione di particelle di plastica

Il Washington Post, dopo aver ricordato che purtroppo non è possibile evitare di ingerire microplastiche o di respirare i residui di particelle presenti nell’atmosfera, ha comunque diffuso una piccola guida formata da 6 consigli utili per cercare almeno di ridurre l’eccessiva esposizione a questi materiali. Vediamo cosa si può fare nel dettaglio.

  • Bere acqua corrente dal rubinetto: nell’acqua potabile sicuramente ci sono dei residui di microplastiche. Nonostante ciò, si tratta di una quantità nettamente inferiore rispetto a quella che si ritrova nelle acque imbottigliate nella plastica. Questo è il dato riportato da Sherri Mason, coordinatore della sostenibilità per il Penn State Behrend, che si è avvalso della collaborazione di un chimico che ha analizzato attentamente i quantitativi di microplastiche presenti nella birra, nel mare e nell’acqua corrente e in bottiglia.
  • Evitare di riscaldare cibi in contenitori di plastica: quando i prodotti confezionati in materiali plastici vengono a contatto con alte temperature, automaticamente vengono rilasciate delle sostanze chimiche negli alimenti. Inoltre l’American Academy of Pediatrics ha invitato a non mettere mai e per nessun motivo oggetti di plastica nella lavastoviglie.
  • Non acquistare contenitori di plastica con codici notoriamente “pericolosi”: un recente rapporto dell’AAP ha messo in guardia i consumatori, consigliando di tenersi lontani dai codici di riciclaggio 3-6-7. Questi, infatti, indicano confezioni alimentari che contengono tracce di ftalati, stirene e bisfenoli. Invece se sulle etichette si trovano le diciture “greenware” o “biobased”, vuol dire che non ci sono bisfenoli.
  • Preferire cibi freschi: anche se ad oggi non ci sono dati ben precisi sulla quantità di microplastiche riscontrabili in questi alimenti, si sa comunque che contengono meno sostanze chimiche rispetto a quelli immessi sul mercato in involucri di plastica.
  • Rimuovere costantemente la polvere domestica: la polvere che ogni giorno si accumula nelle nostre case può liberare pericolose sostanze per- e polifluoroalchiliche, nonché ftalati. Per questo motivo, il Silent Spring Institute ha consigliato di ridurre quotidianamente il pericolo di una sovraesposizione alla polvere.
  • Scegliere il vetro: gli esperti contattati dal Washington Post hanno dichiarato praticamente all’unanimità che la strada da percorrere è quella che porta ad una predilezione costante per i prodotti in contenitori di vetro. Inoltre si può optare anche per oggetti non composti di plastica che si possono riutilizzare, e limitare il ricorso alla plastica monouso.

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